Certi tesori giacciono sepolti
sotto strati di tempo e scatoloni, annidati dentro cantine polverose e
dimenticate come il ricordo di buoni amici trasferiti in un’altra città, nel
bel mezzo della nostra adolescenza. Ed è proprio in una di quelle cantine polverose
e buie che io e Mauro, archeologi videoludici in quel di Retroedicola, trovammo
il nostro amato Vectrex, una macchina
meravigliosa destinata a sconfiggere l’oblio decennio dopo decennio.
Parliamo di una console a tutti
gli effetti, il cui concept iniziale risale agli albori degli Anni Ottanta,
prima di essere messa in commercio nel 1982
negli States, e in tutta Europa l’anno successivo. Benché appartenga
ufficialmente alla seconda generazione
ed è assimilabile alle console a 8-bit,
tecnicamente parliamo di grafica vettoriale, di conseguenza il progetto
sviluppato inizialmente da Smith
Engineering tracciò per se stesso una strada molto diversa da quella
seguita poi dai colossi Sega e Nintendo con le loro avanguardie videoludiche.
Grafica vettoriale? E cos’è? Viviamo
In un’epoca dove il fotorealismo è all’ordine del giorno e possiamo distinguere
con facilità il reticolato sbarazzino delle lentiggini spruzzate sul volto di
Ellie in The Last of Us, quindi
affidare un’intera ludoteca a un sistema grafico così peculiare, basato su
poligoni che prendono forma grazie a calcoli matematici ben precisi, le
cosiddette curve di Bézier, era a dir
poco una scommessa azzardata.
Via il dente, via il dolore: il
Vectrex ebbe una vita canonica breve, appena due anni prima di essere ritirata
dal commercio, ma come si dice in questi casi, è da questo punto fisso nel
tempo, Dottor Who ipse dixit, che inizia la leggenda. Oggi è una delle console
più ricercate e amate dagli appassionati di cultura pop retrò, con un parco
giochi forse non così ampio, tuttavia titoli del calibro di Minestorm, versione Vectrex dell’eterno Asteroids (ma con alcune differenze), e
il bellissimo shooter a scorrimento laterale Scramble (che meriterebbe un articolo a parte) sono capolavori che
almeno una volta nella vita meriterebbero di essere giocati.
Il Vectrex si presenta con un
proprio monitor integrato verticale, dopo aver inserito la cartuccia di gioco potremo
interagire con un joystick a quattro tasti di forma rettangolare, molto più
ergonomico di quello che sembra: certo, non possiamo aspettarci la risposta di
un odierna periferica di controllo, ma faceva il suo sporco lavoro e permetteva
un grado di mobilità della navicella di Minestorm piuttosto accurato.
[Vectrex vintage advertising]
Il grado
di immersività che regalava il Vectrex era totale: il gioco di Star Wars, anche grazie alla
sovrapposizione sullo schermo di una scheda trasparente in acetato che forniva
l’illusione dei colori, era così fluido da far gridare al miracolo,
un’esperienza da Jedi che vi consiglio altamente. L’introduzione di altre
periferiche ricercate come la penna
ottica, fondamentale per poter lavorare con un paio di applicazioni di
grafica e persino un music creator, rese il Vectrex una console
multifunzionale, e fu proprio questa sua duttilità a contribuire al fallimento
commerciale.
Contrapponendo le linee vettoriali ai pixel delle sue competitors,
il Vectrex riuscì certamente nell’impresa di distinguersi dalla massa, ma come
spesso accade emergere con la propria unicità e qualità, elementi indiscutibili,
non sempre è sinonimo di successo.
Eppure, ancora oggi, schiere di fan e
appassionati “giocano” con il Vectrex e la possibilità di ricreare i giochi del
passato, modificando i livelli o addirittura progettando nuovi videogiochi
originali: questo è possibile anche grazie alla concessione della licenza di
duplicazione del Vectrex in tutte le sue forme, avvenuta nel 1990 da parte
della stessa Smith Engineering, come mi fa notare il buon Mauro, il mio Gola
Profonda (l’informatore, non siate maliziosi!) quando si tratta di scavare nel
passato.
Esattamente come è accaduto per
il Commodore 64 e l’Amiga, a mantenere in vita hardware e software scavalcati
dalle nuove generazioni di console e videogiocatori siamo proprio noi che,
proprio come i punti di controllo delle curve di Bézier determinano la forma della
linea vettoriale, tracciamo un legame indissolubile tra un agrodolce passato e
un presente tutto da scrivere.
Simon Larocca
Mi chiamo Simon Larocca, e sono un videogiocatore, collezionista e amante della cultura pop in tutte le sue forme. Vado al cinema ogni volta che posso, leggo da quando porto gli occhiali, quindi da sempre, e ho la passione per lo storytelling in tutte le sue forme, così dirompente da farla diventare una professione. Ma come direbbe Doc di Ritorno al Futuro, non ci sarebbe presente se non si guardasse al passato con rispetto e ammirazione, ed è il Simon bambino di più di trent’anni fa, anno più anno meno.
Simon Larocca
Mi chiamo Simon Larocca, e sono un videogiocatore, collezionista e amante della cultura pop in tutte le sue forme. Vado al cinema ogni volta che posso, leggo da quando porto gli occhiali, quindi da sempre, e ho la passione per lo storytelling in tutte le sue forme, così dirompente da farla diventare una professione. Ma come direbbe Doc di Ritorno al Futuro, non ci sarebbe presente se non si guardasse al passato con rispetto e ammirazione, ed è il Simon bambino di più di trent’anni fa, anno più anno meno.
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